La scomparsa di Lino Toffolo

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Mi riesce difficile parlare di questa cosa che mi rattrista moltissimo. Ma credo di dovergli due parole. E’ la maledizione delle coronarie, una delle parti del corpo umano così vigliacche e traditrici che ti ammazzano anche se sei -apparentemente- in piena salute. E che se lo sono portato via. Con Lino eravamo grandi amici, di chiacchiere, di goti de vin, di qualche cantata da imbriaghi (… Oh Nina), e di qualche vogata.

L’ho intervistato tante volte -riuscendo a sopraffare la sua voglia di parlare sempre lui- e ho fatto tante pagine del Gazzettino con lui su Venezia. Devo dire che eravamo due veneziani “dentro”, vecchi, brontoloni e di buon senso, che possono parlare male della propria città solo perchè la amano alla follia. Volendo per lei e i suoi abitanti qualcosa di meglio di quel che è diventata.

Avendo superato l’età dell’ultima innocenza, riuscivamo ad andare indietro agli Anni Cinquanta quando, ragazzi – lui più vecchio- in una Venezia miserabile e in via di spopolamento, vivevamo entrambi una incosciente speranza nel futuro. E ce la raccontavamo, lui tra le fornase e le specchiere che incideva di Rialti e Palazzi Ducali, io tra le impiraresse di Cannaregio e i giri in bicicletta intorno alla fontanella del campo, alla Misericordia. Con qualche nostalgia. Poi ci siamo persi di vista, qualche telefonata per il giornale, tanti inviti ai suoi spettacoli, un paio di libri con autografo. E ogni volta era come se ci fossimo visti il giorno prima.

Adesso però, quell’invito a cena a casa tua, nella terrazza sul canale, non lo potrò più onorare. Colpa tua, stavolta.

Mi mancherai, vecchio mio. Ciao Lino.


In Piazza San Marco con Lino Toffolo

La scomparsa di Lino Toffolo
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